Alla ricerca della Rory Gilmore che è in me

Come una flotta enorme di persone, una delle cose che amo fare durante il mio tempo libero è guardare serie TV (sia benedetto santo Netflix). Tra un film e una serie TV preferisco di gran lunga la seconda e il perché è drammaticamente semplice: durano di più. A 30 e passa anni suonati ancora faccio fatica ad accettare la fine “delle cose”, l’idea che una situazione che mi fa stare bene prima o poi debba finire. Questa cosa non sono ancora riuscita bene ad accettarla, ma questa è un’altra storia.

 

Tornando al discorso serie TV, diciamo subito che questo non sarà un post dove consiglio le mie serie TV preferite. Voglio fare qualcosa di più. Ci sono delle serie TV che hanno drasticamente influenzato il mio modo di essere, di vestire, e a volte anche di pensare. Come se fossero riuscite ad inculcarmi una sorta di credo che non so se nemmeno esiste o forse esiste solo nella mia testa. Questa è la puntata pilota di questa nuova serie di post (in realtà ne ho già pronte altre due) e vediamo se funziona e se ne esce qualcosa di buono.

Superiori, prime vere amicizie, primi veri contrasti, primi veri amori, primi veri cuori infranti. Questo è lo scenario che vivevo quotidianamente quando in Italia sono arrivate le Gilmore. Inizialmente Rory Gilmore non mi è stata subito simpatica. A 16 anni sapeva già l’università in cui sarebbe voluta andare. Sapeva addirittura il lavoro che avrebbe voluto fare. Cosa totalmente impensabile per la me di 16 anni fa. Frequentavo una scuola che mi piaceva sì, ma non troppo. Non avevo idea del lavoro che avrei voluto fare “da grande” ne tanto meno avevo chiaro il mio percorso accademico. Quello però di cui ero sicura era che la sera avrei voluto tantissimo andare a vedere “quel concerto” che iniziava tardi e sapevo già che avrei dovuto discutere con i miei per ottenere un sì. Queste erano le mie certezze, solo queste. Del resto mi interessava poco (16 anni fa!).

Ricordo bene che l’anno successivo, mentre Rory si diplomava alla grandissima e aveva davanti a sé un futuro scintillante tra libri, giornali e università prestigiose, nella mia scuola iniziavano a proporci gli open day universitari. Quelle giornate in cui mandrie di studenti vengono portati a visitare quei luoghi che promettevano di formarli nel migliore dei modi e li attiravano con promesse a volte un po’ fasulle. Credibilità o meno, in quel periodo mi era salita una carica inspiegabile e un senso di responsabilità mai visto che mi spingeva a farmi “quella” domanda e a darmi una risposta: Che cosa vuoi fare da grande?

Mentre Rory era ferma sull’idea di diventare una giornalista e aveva preferito Yale ad Harvard, io non vedevo l’ora di finire l’ultimo anno di superiori e capire cosa c’era dopo. Traguardi vincenti di vite accademiche premiate? Carriere scintillanti in multinazionali dove tutto è molto cool? Oppure un mare di dubbi e di scelte sbagliate “che poi chissà cosa succederà”? Io non ricordo esattamente cosa pensavo in quei momenti. So solo che un giorno tornai a casa dai miei genitori con 2 brochure che palesavano la mia confusione interiore: un corso di laurea in Scienze della Comunicazione presso un polo universitario prestigioso (e molto costoso!) e un corso di laurea in Scienze Ambientali (io che andavo benissimo in matematica, ma la odiavo!). Insomma, le mie idee non erano certo chiare come quelle di Rory. Tutt’altro. Ma avevo sicuramente voglia di fare qualcosa che mi potesse far capire che anche io potevo farcela e potevo creare qualcosa di buono. La scelta finale, ora, non è importante, ma 12 anni (e passa) dopo mi rendo conto che quella Rory a cui ogni tanto ho ambito era l’esasperazione della volontà di altri che io proprio non capivo.

La vita mi ha portato a fare scelte che andavano al di là di 2 misere brochure universitarie, che andavano al di là di open day e giornate d’orientamento universitario. Ho però capito che Rory mi aveva insegnato a fare una cosa. Una cosa semplice all’apparenza, ma complicatissima in realtà. FARE. Per svoltare, per cambiare e per prendere una direzione, non dovevo continuare a pensare, parlare, discutere. Dovevo FARE. Ed è così che (probabilmente) sono arrivata dove sono oggi.

 

1 commento

  1. Come un libro, anche una serie TV può segnarci, eccome. Proprio perché continua ed entra a far parte del nostro quotidiano.

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